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MOLFETTA. "NESSUN EROE", IL LIBRO DELLO SCRITTORE MOLFETTESE DAMIANO DE BENEDICTIS

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MOLFETTA - Quattro ragazzi vivono le loro storie, sino a che un fatto drammatico sconvolge le loro vite, in particolare quella di Monica. Il romanzo descrive la condizione di tanti giovani d'oggi, tra speranze, slanci umani notevoli e difficoltà ad affrontare dolori e sentimenti, intersecando fra loro le storie quasi esemplari di questi forti protagonisti. 

Con questo romanzo d’esordio, Damiano De Benedictis, inaugura una brillante e vivace carriera da www.archwaychandler.org scrittore. La sua prima pubblicazione arriva in età adulta, consapevole, forte di un’esperienza stratificata in una vita devota allo studio dell’uomo e al suo smascheramento, alla sua conoscenza più profonda e introspettiva. Prese le distanze dall’ambiente ristretto e medio borghese del piccolo paese di provincia in cui nasce, l’autore si immerge nella vita, quella romanza e quella reale, tesse le invisibili dinamiche che si celano tra gli uomini e option sposa una vita fitta di grandi sensibilità piuttosto che piccole convenzioni. Ed è questa la sensibilità che, l’autore di Nessun Eroe, carica come fardelli sulle vite dei propri personaggi, invisibilmente intrecciati nel baratro di una solitudine velata oltre la grigia quotidianità.

Un “visione” però si cela nel legame dei suoi protagonisti, come la crepa in una realtà meccanica, come una goccia in un destino arido: l’alchimia tra due sguardi che si incrociano, tra due anime che si avvitano inconsapevolmente, inesorabilmente, fino a condizionare l’uno l’esistenza dell’altra nel giuramento implicito della conoscenza. L’ostinazione di Monica, la disillusione di Ennio, l’amore esasperato di Davide, le coscienze di questi personaggi, scalfite dall’esperienza, sono legate da un unico “filo di Arianna”: la consapevolezza del dolore, ed è qui che si compie il miracolo, l’illusione più dolce e distruttiva, il baratro.

Un affaccio alla realtà si espande oltre i limiti della storia, una realtà silenziosa che aggira quella più ipocrita e chiassosa, una vetrina accuratamente allestita di noi stessi che maschera quell’avidità bestiale, quell’egoismo farcito di buon costume. A fronte di tale sentimento di ripugnanza l’autore offre con la possibilità del suicido il suo fenomeno espressivo, la fuga da una vita stantia e frivola, mentre concede all’amore la salvezza, il più nobile atto di purificazione. Come egli stesso dichiara: “l’esigenza della scrittura nasce da vocazione comunicativa”, così si intuisce l’intento di un uomo che ha finalizzato la propria scrittura ad abbattere ed elevare, disegnare e cancellare l’immensa contraddittorietà dell’essere umano.

Un rinnovato genere romanzesco si contrappone al realismo più tipico novecentesco, un utopistico disegno dell’uomo che pare bilicare sul cornicione di quel terrazzo, tra illusione e libertà, tra consapevolezza e speranza.

Domenico Dell’Olio

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